Chi decide la realtà?

i media manipolano la realtà

Non chiederti se una notizia è vera o falsa. Chiediti, prima ancora, perché quella notizia è stata scelta. Perché proprio oggi? Perché con quel titolo? Perché occupa le prime pagine mentre altri temi, forse più importanti, non vengono nemmeno nominati?

È questa la domanda che dovremmo porci ogni giorno.

Perché la democrazia non dipende soltanto dalla libertà di voto. Dipende anche dalla libertà di scegliere su quali problemi riflettere. E se qualcun altro decide ogni giorno gli argomenti di cui tutti parleranno, allora sta già orientando, almeno in parte, il nostro modo di vedere il mondo.

Non è un’idea complottista. È una riflessione che attraversa oltre un secolo di studi.

Walter Lippmann, uno dei più grandi studiosi della comunicazione del Novecento, scriveva:

«Le immagini che abbiamo nella testa sono spesso create da altri.»
(L’opinione pubblica, 1922)

In altre parole, non reagiamo direttamente alla realtà, ma alla rappresentazione della realtà che riceviamo.

Molti anni dopo, Noam Chomsky ed Edward Herman hanno spiegato che il problema non consiste tanto nelle singole fake news, quanto nel processo attraverso cui vengono selezionate le notizie.

«I mass media servono a mobilitare il sostegno dell’opinione pubblica agli interessi dominanti.»
(Manufacturing Consent, 1988)

Secondo Chomsky, la notizia attraversa diversi filtri prima di arrivare al lettore: la proprietà del mezzo di informazione, la dipendenza dalla pubblicità, le fonti istituzionali privilegiate e le pressioni politiche ed economiche.

Il nodo centrale della propaganda dei media

La domanda, quindi, non è soltanto “questa notizia è vera?”, ma anche:

Perché questa notizia è diventata importante mentre cento altre sono scomparse?

Chi decide l’agenda del dibattito pubblico esercita già una forma enorme di potere.

Jacques Ellul, nel suo straordinario libro Propaganda (1962), va ancora oltre.

«La propaganda è una manipolazione dei simboli psicologici…»

Non manipola soltanto le informazioni. Manipola il significato che attribuiamo alle informazioni.

E aggiunge:

«La propaganda deve essere totale.»

Cioè continua, presente ovunque: giornali, televisione, radio, cinema, scuola e, oggi, naturalmente, social network e piattaforme digitali.

Ellul osserva anche:

«La propaganda moderna non mira più a modificare delle idee, ma a provocare un’azione.»

Questo è un passaggio fondamentale.

Lo scopo non è convincerti con un ragionamento. È portarti a fare qualcosa: votare, comprare, condividere, indignarti, avere paura, individuare un nemico, sostenere una guerra, rifiutare un gruppo sociale.

L’obiettivo non è la verità.

È il comportamento.

Ellul aggiunge un’altra osservazione impressionante:

«Nelle società vaste l’opinione si può formare soltanto attraverso i mezzi di informazione centralizzati.»

Oggi quei mezzi sono i grandi gruppi editoriali, le televisioni nazionali, le grandi piattaforme digitali e gli algoritmi che decidono cosa vediamo e cosa resta invisibile.

Chi controlla questi canali non impone necessariamente cosa dobbiamo pensare.

Ma decide su cosa penseremo.

Ed è già un potere immenso.

Ancora più attuale è quest’altra riflessione:

«Lo sviluppo della stampa e della radio ha diminuito la proporzione di coloro che possono esprimere le proprie opinioni in modo pubblico.»

Scriveva negli anni Sessanta.

Oggi potremmo sostituire “stampa e radio” con piattaforme digitali e grandi social network. Milioni di persone parlano, ma pochissimi riescono davvero a raggiungere milioni di cittadini.

La libertà di parola non coincide automaticamente con la libertà di essere ascoltati.

Ellul osserva inoltre:

«Quando la propaganda si impossessa dell’opinione pubblica (…) impedisce all’opinione individuale di esprimersi.»

Non serve censurare.

Basta creare un clima nel quale un’opinione diversa appaia ridicola, marginale o impensabile.

La creazione del nemico

È il conformismo che sostituisce il dibattito.

E il risultato è questo:

«L’opinione pubblica diventa semplificata, immobile, irreale, infantile.»

I problemi complessi vengono ridotti a slogan.

Le sfumature spariscono.

Restano soltanto amici e nemici.

Infine:

«La propaganda rafforza e addirittura crea pregiudizi e stereotipi

Ripetere ogni giorno gli stessi messaggi significa costruire categorie mentali che finiscono per sembrare naturali.

Anche quando non lo sono.

Vladimiro Giacché, nel libro La fabbrica del falso (2016), descrive perfettamente questo meccanismo.

«Si inventano pericoli e nemici inesistenti per eludere quelli veri.»

E ancora:

«Si distrae l’attenzione dai problemi reali dando il massimo rilievo a questioni di scarsa importanza.»

È difficile leggere queste pagine senza pensare alla neolingua descritta da George Orwell nel romanzo 1984 (pubblicato nel 1949).

Nel libro, il Ministero dell’Abbondanza annuncia continuamente aumenti della razione di cioccolato, quando in realtà la razione viene ridotta.

Bombardata dalla propaganda e privata della memoria, la popolazione finisce per vivere il peggioramento come un miglioramento.

Il ruolo passivo del cittadino

Molto prima, Gustave Le Bon aveva colto il lato psicologico del problema.

«Le folle non hanno mai avuto sete di verità.»
(Psicologia delle folle, 1895)

E aggiungeva:

«Chi sa illuderle diventa facilmente il loro padrone; chi tenta di disilluderle ne diventa sempre la vittima.»

Non è un’offesa ai cittadini.

È un invito a coltivare il dubbio e il senso critico.

La filiera dell’informazione

C’è infine un’ultima domanda che raramente ci poniamo.

Quando acquistiamo un alimento possiamo conoscere l’origine della materia prima, il luogo di produzione, la filiera, le certificazioni.

Dell’informazione, invece, conosciamo davvero la filiera?

Sappiamo chi controlla l’editore?

Quali grandi interessi economici fanno pubblicità su quel giornale?

Da quali agenzie provengono gran parte delle notizie?

Perché alcune idee trovano spazio ogni giorno e altre restano invisibili?

Forse anche l’informazione dovrebbe avere una sorta di etichetta di trasparenza, che renda evidente chi la produce, chi la finanzia e da quali fonti proviene.

Perché una democrazia non ha bisogno soltanto di giornali liberi.

Ha bisogno di cittadini che conoscano anche chi decide quali notizie diventeranno la realtà di domani.

Note e Fonti :

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Una risposta

  1. Marco Giuseppe Toma ha detto:

    E’ l’evoluzione finale della politica sull ‘informazione iniziata nei primi anni 2000.La notizia deve fare notizia,ma non deve dare la notizia.La verità e ‘ plasmabile secondo chi gestisce l’informazione della verità .Il tuo amico può diventare il tuo nemico e ritornare tuo amico.La notizia e la verità sono ormai solo una questione di convenienza.

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