La scuola della prossimità secondo Muraglia

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«Un concetto cardine della pedagogia e della didattica di fine secolo scorso – la centralità del soggetto che apprende – non raramente è stato percepito come buonismo valutativo e condiscendenza educativa, fino al lassismo», avverte Maurizio Muraglia, docente e formatore, in un recente articolo apparso su una rivista del settore [1].

La questione della scuola di massa si apre all’indomani dell’istituzione della scuola media unica (1962). «È da quell’epoca che il mondo della scuola nel nostro Paese ha cominciato a ragionare di inclusione e di curricolo – racconta Muraglia – ed è su quella scia che si è mossa, non senza contraddizioni, la politica scolastica, nel tentativo di coniugare il sempre più ampio accesso agli studi con la qualità degli apprendimenti».

Nella sua riflessione, Muraglia introduce il concetto di «pedagogia o didattica di prossimità».
Chiarisce subito che non si tratta di «snaturare la peculiarità della vicenda scolastica», né di «derubricarla a mera esperienza di banale intrattenimento culturale», e neppure di cedere a «indulgenza nei confronti di qualsiasi istanza provenga dai discenti».

Allo stesso tempo, avverte di non voler «dare forza a tutti i nostalgici della scuola di una volta, basata sulla distanza e sulla rigida distinzione dei ruoli», ossia a quanti rimpiangono la «scuola selettiva incapace di dialogare democraticamente con ogni provenienza sociale, con la tentazione di creare classi di serie A e di serie B».

L’idea che sostiene Muraglia, invece, è ambiziosa: «tanto le istituzioni scolastiche nella loro dimensione sistemica quanto il microcosmo dell’aula scolastica devono realizzare una “prossimità” tra chi insegna e chi impara», dalla quale possa «germogliare un apprendimento profondo e capace di orientare attraverso lo spirito critico: un apprendimento costruttore di cittadinanza e di spirito democratico».

In questo senso, Muraglia insiste sulla didattica euristica: «In classe, piuttosto che recepire e ripetere conoscenze, occorre costruire attitudini a porre domande e a cercare insieme le risposte o almeno gli strumenti che consentono di porne altre. La didattica euristica contesta alla radice il modello trasmissivo dell’insegnamento, che tanto fascino ancora esercita perché ritenuto l’unico capace di contrastare l’ignoranza».

«L’esperienza didattica – prosegue – sconfessa i cultori della trasmissività: è proprio l’approccio problematizzante ai saperi disciplinari e il coinvolgimento degli studenti nella costruzione del sapere ad attivare l’interesse, senza il quale l’apprendimento diventa meccanico e, direi, tattico, cioè volto soltanto alla verifica e alla valutazione».

Muraglia ricorda poi che «l’etimo della parola interesse evoca il concetto di prossimità. Essere interessati a qualcosa significa stare “dentro” o “tra” le cose che si imparano, prossimi a ciò che si impara».

L’autore evoca anche «la connotazione esperienziale», precisando però di non voler «invocare una mera proliferazione di esperienze extrascolastiche sotto l’ombrello retorico del rapporto scuola-vita». In altre parole, «ben venga dunque una scuola della prossimità, purché l’impianto culturale e la mission della scuola restino ancorati al mandato costituzionale che comanda la rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana».

Muraglia estende infine il discorso alla governance: invoca una «prossimità della politica scolastica ai suoi attori reali». E chiarisce: «Se si facesse un sondaggio tra i docenti italiani per verificare quanti di essi sono in grado di affrontare i decine di punti all’ordine del giorno dei Collegi docenti, si rischierebbe di vedere che il re è nudo: il game della scuola, nei suoi aspetti tecnico-burocratici, è conosciuto solo da pochi. E questo con la prossimità c’entra ben poco».

«Una scuola che pretende di insegnare la cittadinanza e l’educazione civica – aggiunge – non può che essere essa stessa esempio di prossimità. E non sembra che le cose vadano esattamente così».

La sua riflessione conclusiva è amara: «Il governo della scuola, sia su scala macro che micro, appare percepito come tutt’altro che prossimo dagli operatori-sudditi, che troppo spesso partecipano ai momenti deliberativi sperando che finiscano il più presto possibile. Per quella che viene chiamata partecipazione democratica non è proprio una bella prassi».

Fonti e Note:

[1] “Prossimità e qualità degli apprendimenti”, Maurizio Muraglia, Le nuove frontiere della SCUOLA n. 66, 2024.

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