Liberi di imparare: il pensiero di Codello

Qual è il senso profondo di educare? «La sua origine etimologica di fatto deriva dal latino ex-ducere, che letteralmente significa “tirare fuori” e richiama la metafora socratica della levatrice», spiega Francesco Codello in un suo saggio [1].
La definizione è resa ancora più chiara dalle parole di Vinoba, riportate da Codello: «Educazione non significa accatastare informazioni nelle teste degli studenti, educazione significa risvegliare in essi la sete di conoscenza».
Eppure, osserva l’autore, avviene spesso il contrario: «la preoccupazione degli adulti è sempre quella di intervenire a definire e plasmare il bambino e la bambina». Così «famiglia e scuola, unitamente all’intera società, hanno trasformato l’educazione in formazione», mettendo al centro «l’oggetto» e negando «il soggetto».
Secondo Codello, «questa “pedagogia nera” si trasmette da genitore in figlio, riproponendo un modello educativo basato sulla violenza e fondato sull’autoritarismo». Tolstoj, citato nel testo, è ancor più netto: «L’educazione è l’intervento di un individuo su un altro al fine di obbligarlo a fare proprie determinate abitudini morali. L’educazione è l’azione coercitiva, unilaterale, esercitata da un individuo su un altro individuo».
Codello, già dirigente scolastico, denuncia che «quasi tutte le pedagogie sono state fondate su un’idea di uomo predefinita, un modello cui ispirarsi per plasmare con l’educazione ogni bambino e ogni bambina». Ma «questa creazione di un prototipo contiene un implicito autoritarismo».
Codello: conseguenze della scuola autoritaria
Le radici di tale impostazione, secondo l’autore, vanno cercate da un lato «nell’affermarsi delle tre religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo, islamismo), che hanno fondato l’educazione non più sull’essere ma sul dover essere»; dall’altro nella necessità di «confermare l’idea dominante a livello sociale».
Le conseguenze? Neill, riportato da Codello, le descrive con durezza: un «bambino condizionato, represso, disciplinato che siede nel banco noioso di una scuola noiosa e che più tardi sarà seduto davanti a una scrivania ancor più noiosa di un ufficio, o al banco di un’officina. Un bambino docile, fedele all’autorità, timoroso delle critiche e fanatico nel desiderio di essere normale, convenzionale e corretto. Che accetta senza porsi domande ciò che gli viene insegnato e trasmette complessi, paure e frustrazioni ai figli».
In altri termini, commenta Illich (sempre citato da Codello), «dalla necessità di rendere accessibile a tutti una certa dose d’istruzione, si è finiti a un sistema scolastico mastodontico e generalizzato, che è divenuto via via fine a se stesso».
La proposta di educazione libertaria di Codello
L’alternativa? «Garantire una profonda e completa libertà ai bambini» attraverso l’educazione libertaria.
Come? Non sottraendo «la libertà di decidere di cosa essere curiosi», spiega Codello, ma riconoscendo che «in qualsiasi contesto educativo, i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, hanno il diritto di decidere individualmente come, quando, che cosa, dove e con chi imparare». Inoltre, «hanno altresì il diritto di condividere in modo paritario le scelte che riguardano i loro ambiti organizzativi, stabilendo, se ritenuto necessario, regole e sanzioni».
«Alla base vi è il presupposto secondo cui le attività scolastiche sono un’offerta e non un obbligo».
In una scuola libertaria, la gestione avviene attraverso un’Assemblea che riunisce insegnanti, studenti e genitori secondo il principio «una testa, un voto». Il progetto si distingue per l’assenza di voti, al fine di prevenire «ansia» e «una competizione distruttiva», per la creazione di classi «in base al livello di preparazione e non all’età», e per un curricolo che accanto agli insegnamenti tradizionali includa educazione ambientale, orto, danza, teatro, laboratori artistici e artigianali.
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Fonti e Note:
[1] “Liberi di Imparare”, 2011, Francesco Codello e Irene Stella, Edizioni Terra Nuova.

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