Remigrazione: tra slogan e realtà

Remigrazione tra slogan e realtà

Dalla teoria di Martin Sellner alle proposte di Vannacci: un’analisi critica tra diritto, logistica, economia e identità nazionale.

«Abbiamo un programma di remigrazione. L’Italia agli italiani.» Con queste parole Roberto Vannacci ha presentato uno dei punti qualificanti del programma del suo partito, Futuro Nazionale.

Nello stesso periodo, il Comitato “Remigrazione e Riconquista”, promosso da CasaPound Italia insieme ad altre organizzazioni, ha depositato una proposta di legge di iniziativa popolare. Tra le misure previste figurano l’istituzione di un Istituto della Remigrazione, un Patto di Remigrazione Volontaria con incentivi economici per il rientro nei Paesi d’origine degli stranieri regolarmente soggiornanti che aderiscano al programma, un Fondo Nazionale per la Remigrazione , l’espulsione degli immigrati irregolari e altre modifiche alla legislazione sull’immigrazione.

Le dichiarazioni di Vannacci e questa proposta hanno trovato ampio spazio sui social network e nei mezzi di informazione, trasformando una parola fino a pochi mesi fa sconosciuta in uno dei temi più discussi del dibattito politico italiano.

Ma che cos’è davvero la remigrazione? Da dove nasce questa idea? E, soprattutto, è una proposta concretamente realizzabile?

La formulazione teorica più organica si trova nel libro Remigration: Ein Vorschlag, pubblicato nel 2024 dall’attivista della destra radicale austriaca Martin Sellner. Sellner definisce la remigrazione lo Schlüsselbegriff, il “concetto chiave” del XXI secolo, e sostiene che da decenni in Europa sia in corso un processo di Ersetzungsmigration, una “migrazione sostitutiva”.

Secondo la sua proposta, la remigrazione non dovrebbe riguardare soltanto gli immigrati irregolari, ma anche una parte degli stranieri regolarmente residenti ritenuti “non assimilabili” sul piano culturale, religioso, politico o sociale.

Il problema dell’identità nazionale

Ed è proprio qui che emerge il primo grande problema della teoria.

Che cosa significa, concretamente, essere “non assimilabile”? Come si misura l’assimilazione? Quale livello di integrazione è sufficiente? Quando si può affermare che l’identità nazionale è realmente minacciata?

Il libro non risponde a queste domande. Richiama continuamente il concetto di “identità nazionale”, ma non lo definisce in modo operativo. Non indica criteri oggettivi per stabilire quando una persona sia assimilata oppure no. Non propone indicatori verificabili per misurare la presunta perdita dell’identità nazionale. E non spiega quale sarebbe il punto preciso in cui un italiano cesserebbe di essere italiano per la presenza di cittadini stranieri.

Ma c’è una domanda ancora più profonda, che il libro dà per scontata senza affrontare: perché l’assimilazione dovrebbe essere l’obiettivo?

Una cosa è l’integrazione: rispettare la Costituzione, le leggi, contribuire alla società, lavorare, pagare le imposte, condividere i diritti e i doveri della collettività. Un’altra è l’assimilazione, cioè pretendere che una persona rinunci progressivamente alla propria lingua, alle proprie tradizioni, alla propria cultura o alla propria religione per diventare il più possibile simile alla maggioranza.

Ma perché questo dovrebbe essere necessario? Perché una società nella quale convivono persone con culture, lingue, religioni e idee politiche differenti dovrebbe costituire, di per sé, un problema? Qual è il danno concreto che questa diversità produrrebbe? E, soprattutto, come si misura?

Anche su questo punto la teoria non offre criteri verificabili. Si limita ad affermare che esisterebbe una minaccia all’identità nazionale, senza definire con precisione che cosa sia questa identità, quando possa dirsi perduta e quali prove dimostrino che tale processo sia realmente in corso.

Una proposta politica che aspira a trasformarsi in legge dovrebbe invece definire con chiarezza i propri concetti fondamentali, spiegare come intende misurarli e portare prove verificabili delle proprie affermazioni. In assenza di questi elementi, il dibattito rischia di fondarsi più su percezioni e giudizi di valore che su fatti dimostrabili.

Mettiamo però da parte la teoria e passiamo ai numeri.

La prova della calcolatrice

In Italia risiedono circa 5,4 milioni di cittadini stranieri. Di questi, circa 3,8 milioni provengono da Paesi non appartenenti all’Unione europea. All’interno di questo gruppo si stima che i cittadini di religione islamica siano tra 1,5 e 1,7 milioni, anche se lo Stato italiano non raccoglie dati ufficiali sulla religione dei residenti.

Se si prendesse sul serio la versione più radicale della remigrazione delineata da Martin Sellner e la si applicasse ai 3,8 milioni di cittadini non UE, servirebbero circa 200.000 voli charter, considerando che oggi un charter italiano di rimpatrio trasporta in media appena 19 persone.

Anche immaginando una macchina organizzativa senza precedenti, con 10 charter al giorno, tutti i giorni dell’anno e senza una sola interruzione, sarebbero necessari circa 20.000 giorni, cioè quasi 55 anni.

Ogni charter richiede decine di agenti di scorta. Nell’intera operazione verrebbero impiegate tra 12 e 22 milioni di giornate di servizio della Polizia, sottraendo personale alla sicurezza ordinaria del Paese.

Il costo sarebbe altrettanto impressionante. Soltanto per aerei, carburante e impiego delle scorte si arriverebbe, per semplice proporzione rispetto agli attuali costi dei rimpatri, a un ordine di grandezza compreso tra 20 e 40 miliardi di euro. A questi andrebbero aggiunti i centri di permanenza, i tribunali, gli interpreti, il personale sanitario, le procedure di identificazione, gli accordi diplomatici con i Paesi di destinazione e tutta la macchina amministrativa necessaria.

I costi nascosti

Ma c’è un altro costo, molto meno discusso e forse ancora più pesante.

Una remigrazione di massa non comporterebbe soltanto il costo dei voli, delle scorte di polizia e delle procedure amministrative. Significherebbe anche rinunciare al lavoro, alle imposte e ai contributi previdenziali versati ogni anno da milioni di cittadini stranieri.

Oggi gli stranieri rappresentano oltre il 10% della forza lavoro italiana e sono particolarmente presenti nei settori dell’assistenza familiare, dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica, del turismo e della ristorazione. In diversi di questi comparti le imprese denunciano già una cronica difficoltà nel reperire personale.

Una remigrazione su larga scala significherebbe quindi ridurre improvvisamente la disponibilità di lavoratori proprio nei settori che garantiscono servizi essenziali e una parte importante della produzione nazionale. Il risultato potrebbe essere una diminuzione della produzione agricola, un rallentamento dell’edilizia, una maggiore difficoltà nell’assistenza ad anziani e persone non autosufficienti, un aumento del costo dei servizi per famiglie e imprese e una riduzione delle entrate fiscali e previdenziali dello Stato.

La risposta della proposta di legge

Gli estensori della proposta di legge cercano di rispondere a questa obiezione con il punto 7, dedicato al «ritorno degli italo-discendenti».

Il testo prevede infatti:

«Incentivi (agevolazioni fiscali, programmi di inserimento lavorativo e sostegno all’integrazione) mirati a stimolare il ritorno in Italia dei discendenti di italiani residenti all’estero.»

È una proposta che apre però nuovi interrogativi.

Quanti italo-discendenti sceglierebbero realmente di trasferirsi in Italia?

Quanti lascerebbero un lavoro stabile, una casa, una famiglia e una rete di relazioni costruita magari da una vita in Argentina, Brasile, Belgio, Germania, Australia o in qualsiasi altro Paese?

E quanti sarebbero disponibili a svolgere proprio quei lavori nei quali oggi gli stranieri sono maggiormente occupati: assistenza agli anziani, agricoltura, edilizia, logistica, ristorazione?

Il testo della proposta non fornisce stime sul numero di persone che potrebbero aderire, né indica se questo bacino sarebbe sufficiente a sostituire la manodopera oggi impiegata. Anche sotto questo profilo, il progetto lascia aperte domande fondamentali sulla sua concreta realizzabilità.

Il diritto

Esiste infine un ulteriore ostacolo: il diritto.

Una revoca generalizzata dei titoli di soggiorno e un’espulsione di massa di persone regolarmente residenti si scontrerebbero con la Costituzione italiana, con il diritto dell’Unione europea e con numerose convenzioni internazionali. Ogni singolo caso dovrebbe comunque essere esaminato individualmente.

Una domanda prima di tutto politica

Una proposta politica può essere condivisa oppure respinta. Ma, prima ancora, dovrebbe essere coerente, definita e concretamente realizzabile.

La remigrazione, almeno nella formulazione proposta da Martin Sellner, lascia senza risposta le domande fondamentali sul significato di identità nazionale e di assimilazione. Non definisce come questi concetti possano essere misurati, non indica criteri oggettivi per distinguere chi sarebbe “assimilabile” da chi non lo sarebbe e non porta prove verificabili della presunta minaccia che afferma di voler contrastare.

Quando poi la teoria viene tradotta in numeri, emergono decine di anni di operazioni, centinaia di migliaia di voli charter, decine di miliardi di euro di spesa pubblica, milioni di giornate di lavoro delle forze di polizia e una possibile perdita di lavoratori, contribuenti e contribuenti previdenziali in settori già oggi in difficoltà.

Forse è proprio questa la differenza tra uno slogan e un progetto di governo: il primo funziona in un comizio o in un post sui social. Il secondo deve superare la prova della logica, del diritto, dell’economia e, soprattutto, della calcolatrice.

Fonti e Note:

1. Roberto Vannacci
«Abbiamo un programma di remigrazione. L’Italia agli italiani.»
Agenzia Nova, 14 giugno 2026.

2. Comitato “Remigrazione e Riconquista”
Testo della proposta di legge di iniziativa popolare.

3. Portale ufficiale del Ministero della Giustizia
Scheda della proposta di legge di iniziativa popolare.

4. Martin Sellner
Remigration: Ein Vorschlag.
Verlag Antaios, Schnellroda, 2024.

Presentazione editoriale.
Amazon, Scheda del libro (con sintesi del contenuto):

Recensione critica del libro (in tedesco):
“Offen für Willkür: Das Buch ‘Remigration’ von Martin Sellner”

5. ISTAT
Cittadini non comunitari in Italia – Anno 2024.

Rapporto completo (PDF):

6. Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale
Relazioni sulle operazioni di rimpatrio forzato con scorta (2024-2025).

Relazione completa (PDF):

7. Divieto di espulsioni collettive
Guida della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’art. 4 del Protocollo n. 4:

Versione pubblicata dal Ministero della Giustizia:

Nota metodologica

Nell’articolo si utilizza il dato dei circa 3,8 milioni di cittadini non appartenenti all’Unione europea regolarmente soggiornanti in Italia esclusivamente come esercizio teorico, applicando la formulazione più radicale della teoria della remigrazione elaborata da Martin Sellner. Ciò non implica che l’attuale proposta di legge del Comitato “Remigrazione e Riconquista” o il programma di Roberto Vannacci prevedano espressamente il rimpatrio di tutti i cittadini non UE regolarmente residenti. L’obiettivo del calcolo è mostrare le conseguenze logistiche, economiche e giuridiche che deriverebbero dall’applicazione della versione più estesa della teoria.

Nell’articolo i calcoli logistici (200.000 voli, circa 55 anni, 20-40 miliardi di euro) costituiscono una simulazione teorica basata sull’ipotesi più ampia ricavata dalle tesi di Martin Sellner. Non rappresentano una descrizione letterale della proposta di legge italiana, ma servono a valutare la sostenibilità pratica dell’idea di remigrazione su larga scala.

Potrebbero interessarti anche...

Una risposta

  1. Marco Giuseppe Toma ha detto:

    Si sintetizza in poche parole il progetto Remigrazione di Vannacci.Propaganda e parole.Identita’ nazionale.Quale,visto che Italia ed Europa del ventunesimo secolo non sono più quelle dell’ infanzia di Vannacci? Assimilazione.Punto curioso.Per combattere il globalismo e la globalizzazione,usa le sue stesse tecniche di colonizzazione culturale.Ritorno degli italo stranieri.Quindi,tutto l’ 80% dell’ Argentina,il 60% degli statunitensi,il 40%degli eritrei ed etiopici,e ci sono tanti altri esempi,tornano in massa in Italia.E quindi emigrano di nuovo in blocco…dopo la remigrazione!E così via,il testo e proposta di Vannacci,fuori dalla realtà e logica normale.Perche’ poi,alla fine.Non c’ è una parola sul Nuovo Ordine Mondiale neoliberista,sulle cause vere della globalizzazione.Come a dire .Io mi metto in modo violento contro un sistema,ma alla fine in questo ci sto perfettamente bene.
    Dal flusso di parole non controllato di Donald Trump alle chiacchiere totali di Vannacci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *