Italiani e Cervelli in fuga: nello specchio della storia

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Noi, gli italiani all’estero, quelli che Salvini chiama “i fannulloni, i traditori della Patria”. Noi, le valigie rotte tenute insieme con lo spago, la lacrima facile per una canzone, noi che non so che daremmo per una mozzarella vera…

Noi, i cervelli in fuga, l’investimento perduto, quelli che fanno grande l’Italia all’estero. Noi, le risorse umane, la quinta colonna italica nel mondo degli altri, il vostro uomo a L’Avana… Noi, semplicemente noi.

Così che quando mi si domanda: ”Chi siete?”, provo un certo imbarazzo prima di rispondere.

Se mi si interroga sul “che fate?”, sento che avrei bisogno di una vita intera per raccontare tutto.

Se mi si esige, invece, una risposta chiara e inequivocabile alla domanda: “Ma che ne sapete, voi?!”, allora chiedo tempo, spazio e quel rispetto che troppo spesso ci viene negato da chi è rimasto a casa.

Perché, è bene che lo sappiate, noi non vi giudichiamo per non esservi mossi quando potevate farlo, per aver avuto paura dell’ignoto o aver ceduto di fronte all’incertezza della lingua quando vi si apriva l’ennesima opportunità di costruire qualcosa altrove.

Non solo non vi giudichiamo, ma continuiamo a invidiarvi per tutto ciò che avete e che noi, un giorno, abbiamo lasciato indietro; spesso vi invidiamo le cose che voi non apprezzate più o che, forse, non avete mai apprezzato; vi invidiamo il ritmo di vita, lo spazio fisico e sociale, e quel benessere che va ben oltre l’oro e il denaro, quello “stare bene” di cui voi non fate che lamentare la scomparsa, mentre noi – ogni volta che torniamo – ritroviamo intatto.

Siamo noi quelli che abbiamo una nostalgia sincera per il nostro (vostro) sistema sanitario, per la qualità dei vostri (nostri) ospedali ed il livello – di eccellenza mondiale – dei nostri medici, dei vostri infermieri.

Siamo noi quelli che sanno quanto vale l’Educazione in Italia, pubblica e gratuita, con un livello tale da farci competere ad armi pari in tutti i Paesi del mondo.

Già, perché noi – i cervelli in fuga – siamo il prodotto di quel sistema educativo che voi oggi disprezzate, essenzialmente, perché “pubblico”, quando proprio nel suo “essere pubblico” racchiude tutta la propria forza.

Siamo noi, infine, quelli che sanno quanto sono bravi i nostri magistrati (che poi sarebbero anche i vostri), quegli uomini e quelle donne in toga che, indipendenti dal potere politico, rappresentano oggi un raro esempio di autonomia della Giustizia nel mondo.

Ecco: noi siamo quelli che vedono ciò che voi non siete più capaci di vedere.

Siamo noi quelli che quando torniamo a casa, per Natale o per le vacanze estive, vi troviamo sempre più invecchiati, sempre più grigi, a volte irriconoscibili. Vi vediamo razzisti, ostili, incapaci di sorridere e, peggio ancora, di godere. Siete sempre arrabbiati, insoddisfatti, incapaci di scorgere tutte le cose buone che ancora avete e che, invece di piangervi addosso, dovreste pensare a mantenere vive, a coltivare.

Avete una delle Costituzioni più belle del mondo, e non la conoscete; se fosse attuata per davvero, vivreste nel paradiso terrestre, ma non avete mai avuto neanche il tempo di leggerla. Se vi muoveste, tutti insieme, perché ogni articolo si traducesse nella realtà dei fatti, ritrovereste certamente il sorriso e l’orgoglio di essere italiani.

Dunque – invece di chiedere a noi chi siamo, cosa facciamo e che ne sappiamo, se viviamo tanto lontano? – guardatevi allo specchio della Storia e rispondete a poche, ma tragiche domande: chi siete? Che cosa fate? E che ne sapete, voi?

Paolo Pagliai

PHD in pedagogia. Presidente del "Centro Interdisciplinario Ítalo Mexicano". Rettore "Alta Escuela para la Justicia".

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