In Palestina ci sarà mai la pace?

Bandiera_Palestina

DI FRANCESCO BEVILACQUA e LAURA TUSSI

È un momento in cui dobbiamo chiamare a raccolta tutte le nostre risorse emotive per continuare a credere nell’umanità, per mantenere la speranza, per praticare la pace. Un conflitto che impregna anche l’aria e l’acqua della Palestina è esploso con una violenza senza precedenti e ora più che mai abbiamo il dovere di riflettere, comprendere e agire, senza voltare la testa dall’altra parte, come siamo tristemente abituati a fare.

Come diceva Vittorio Arrigoni, che proprio fra le strade di Gaza ha trovato la morte, “restiamo umani”.

Una pace che non ci sarà mai?

Francesco Bevilacqua – Sto scorrendo le foto che Yousef – il mio amico di Jenin che gestisce un’associazione che si occupa di educazione di adolescenti – mi ha appena mandato. Non mi vergogno di dire che dopo due o tre immagini ho chiuso il suo messaggio. Troppo crude per essere vere. Eppure lo sono. “La guerra è orribile”, “come possono le persone uccidersi a vicenda?” si sente spesso dire. Banalità, frasi fatte, slogan. Ma in questo momento non mi vengono in mente altre parole.

Dopo il periodo che ho passato in Palestina, nell’ormai lontano 2015, sono tornato a casa con una disarmante sensazione di impotenza e rassegnazione, rafforzata – ahimè – dalla tragedia che si sta consumando in questi giorni a Gaza. Quella terra santa e maledetta non troverà mai pace. Non saprei dire neanche perché ne sia così fermamente convinto; mi sono addentrato in decine di analisi politiche, storiche, economiche, militari della questione palestinese. Ho parlato con tantissime persone, sia israeliane che palestinesi, trovando anche apertura e sete di dialogo.

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Foto di Mahmoud al Jeur

Eppure quello che mi è rimasto sulla pelle come un tatuaggio, rientrato dalla Cisgiordania otto anni fa, è l’impronta di due culture rassegnate al conflitto, talmente calate da una storia sbagliata dentro al ruolo di oppressi e oppressori, vittime e a volte vittimisti, da risultare ineluttabilmente ingabbiate in una partita il cui fischio finale non arriverà mai.

È una riflessione a cuore aperto quella che faccio. Le brillanti analisi di Andrea Degl’Innocenti nelle rassegne stampa quotidiane e di Laura Tussi nella seconda parte di questo articolo aiutano voi che leggete a capirne di più, a scavare fino a trovare le radici di questo conflitto – primo, inevitabile passo per addivenire a una soluzione.

la maggior parte dei popoli sia israeliano che palestinese non crede più nei governi militari né a Hamas, ma vuole una risoluzione delle controversie armate

Ma dopo aver scorso quelle immagini non ho potuto fare a meno di prendere – metaforicamente – carta e penna e liberarmi la coscienza. Un gesto tendenzialmente egoistico che non cambierà di una virgola la situazione in Medio Oriente e nel resto del mondo, ma che, se fosse imitato da centinaia, migliaia, milioni di persone, potrebbe aprire una breccia di speranza. Che oggi – lo dico con il cuore a pezzi – è completamente assente.  

Palestina e Israele: ripudiamo ogni guerra e ogni violenza

Laura Tussi – La violenza deve essere abolita da entrambe le parti, da coloro che sono agli antipodi, che si contrappongono, che si odiano, chi sono in conflitto nel corso di una guerra, di una controversia armata. Hamas, attaccando e massacrando gli israeliani nei Kibbutz, ha risvegliato l’ira funesta e furibonda dei poteri forti, di Israele [in verità mai la destra israelina ha mai “dormito” in proposito, le aggressioni dei “coloni” contro gli inermi palestinesi si susseguono da mesi e da anni, NdE].

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Hamas non è certo amico della libertà e della pace per il popolo palestinese. Impone costantemente di mietere vittime utilizzando le armi e incrementando così il commercio bellico. Una logica militaresca, ma soprattutto di potere economico. Noi dobbiamo sempre dire che non è il popolo di Israele a volere la guerra, ma i governanti e i governi formati e costituiti dal potere militare, dai militari che impongono la controversia armata e letale sin dal 1948.

I Parent’s Circles ed esperienze come Neve Shalom sono impostati come ideali di costruzione di una pace profonda tra le due popolazioni. Queste iniziative di nonviolenza creativa e attiva vogliono far incontrare le vittime di entrambe le parti in dissidio, in guerra, che si dichiarano nemiche. 

Ma in realtà la maggior parte dei popoli sia israeliano che palestinese non crede più nei governi militari né ad Hamas, ma vuole una risoluzione delle controversie armate che mietono migliaia di vittime civili innocenti [Che Israele però rifiuta, così come gli elettori che votano i partiti di destra al governo, NdE]. Un popolo – anzi due popoli – su cui viene sempre esercitato uno stato di terrore. Due popoli deprivati totalmente e profondamente del diritto alla felicità. Perché la pace è innanzitutto bene, gioia e volontà di stare al mondo senza persecuzioni e odi etnici, atavici conflitti e guerre sanguinarie. 

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La maggior parte della popolazione di Gaza è costituita da bambini e ragazzi quasi adolescenti che vivono nel terrore costante, succubi di uno stato di psicosi mentale perenne. Vivono mutilati nei corpi e nelle menti. L’ONU non è stata mai ascoltata nonostante l’emanazione delle sue principali e importanti risoluzioni, sempre ignorate [ spesso le risoluzioni sono bloccate dal blocco dei paesi del cosiddetto Occidente o dal veto degli Stati Uniti, NdE]. Quindi accogliamo e promuoviamo uniti tutte le manifestazioni per la pace e la nonviolenza, che si stanno svolgendo sia nei due stati belligeranti sia nelle maggiori capitali internazionali, da Milano a Roma, da Parigi a Francoforte, a Londra.

L’Europa dovrebbe lanciare appelli di aiuto per questi due popoli dilaniati e non pensare a fomentare ulteriormente la guerra, come tra Ucraina e Russia. Tutti noi che abbiamo ancora la possibilità di denunciare e condannare dobbiamo continuare a dichiarare le nostre posizioni pacifiste e nonviolente e servirci di tutti i mezzi a nostra disposizione. Il fine ultimo dell’umanità è la felicità e il bene derivante da questa condizione che scaturisce da contesti pacifici, nonviolenti, di amore, amicizia, creatività, gioco e interscambio, anche e soprattutto tra culture e religioni diverse.

Fonti e Note:

Quest’articolo è stato già pubblicato sul giornale “Italia che Cambia“.

Laura_Tussi

Laura Tussi

Docente, giornalista e scrittrice, si occupa di pedagogia nonviolenta e interculturale. Ha conseguito cinque lauree specialistiche in formazione degli adulti e consulenza pedagogica nell'ambito delle scienze della formazione e dell'educazione. Coordinamento Campagna "Siamo tutti Premi Nobel per la Pace con ICAN": Rete Internazionale ICAN - Premio Nobel per la Pace 2017 per il disarmo nucleare universale.

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