La storia della Katër i Radës: il blocco navale di Prodi

Il 28 marzo 1997 la motovedetta albanese Katër i Radës sta attraversando il canale d’Otranto. È carica di profughi, (in Albania è in corso una vera e propria guerra civile) e sta provando ad approdare sulle nostre coste. Il governo italiano però ha deciso di respingerla e pertanto ha messo in piedi un blocco navale. Nonostante ciò il capitano della nave albanese inizia una serie di manovre atte a forzarlo e viene speronato da una corvetta della Marina militare, la Sibilla. Le imbarcazioni si scontrano violentemente e la più piccola Katër i Radës ha la peggio: cola a picco in un quarto d’ora. Un numero imprecisato di persone, tra gli 81 e gli 83 ( versione italiana ) e i 105 ( versione albanese ) muoiono affogate; si salvano solo in 34.

E’ quella che sarà ricordata come la “strage del venerdì santo”.

Fin qui, in breve, la storia.

Tuttavia occorre conoscere alcuni dettagli della storia.

Il blocco navale ordinato da un impensabile pre-Salvini, Romano Prodi

All’epoca, presidente del consiglio era Romano Prodi, ministro degli interno Giorgio Napolitano (PDS), quello della difesa Beneamino Andreatta (PPI). Agli esteri c’era Lamberto Dini. Si trattava, quindi, di un governo chiaramente di centro-sinistra che prevedeva persino la presenza nel governo dei verdi e di un componente dei Comunisti Unitari ( il sottosegretario agli esteri ed ex Rifondazione Rino Serri ) e il fondamentale appoggio esterno di Rifondazione Comunista.

Proprio pochi giorni prima della “disgrazia”, il 25 marzo 1997, Lamberto Dini firma uno scambio di lettere con l’omologo albanese Arjan Starova. In particolare, il ministro italiano scrive: « … il governo italiano offre la propria collaborazione e la propria assistenza per il controllo e il contenimento in mari degli espatri clandestini da parte di cittadini albanesi ».

Tale assistenza si concretizzerà, prosegue il “nostro” ministro degli esteri, « mediante il fermo in acque internazionali ed il dirottamento in porti albanesi da parte delle unità delle Forze Navali Italiane di naviglio battente bandiera albanese o riconducibile allo Stato albanese … ».

Proprio Romano Prodi – ricordiamo qualche anno prima, l’8 agosto 1991, lo sbarco dei 15.000 albanesi a Bari dalla motonave Vlora dichiara: « la sorveglianza dell’immigrazione clandestina attuata anche in mare rientra nella doverosa tutela della nostra sicurezza e nel rispetto della legalità che il governo ha il dovere di perseguire ».

E’ il blocco navale.

L’affondamento della Katër i Radës con i suoi 105 albanesi

Blocco navale che, spiega uno dei sopravvissuti al naufragio, è attuato proprio quella sera del 27 marzo.

« Per ore, due navi militari italiane, la fregata Zefiro e la corvetta Sibilla, ci diedero la caccia girandoci intorno, tagliando la nostra rotta, nonostante che alzassimo bandiera bianca e facessimo vedere che sulla nave vi erano moltissime donne e bambini. La Sibilla al calare del buio, si avvicinò ancora di più, tentando un abbordaggio, colpendoci due volte e facendo capovolgere la nostra barca » [1].

Alle 18.57 avvenne l’urto. La Sibilla colpì la piccola nave (il ponte era lungo circa 20 metri) due volte: una prima, sbalzando molte persone in acqua e una seconda capovolgendola. Alle 19.03 la nave affondò.

« Nel Canale sono morte persone che fuggivano da una guerra civile. “Avevamo chiesto asilo politico per proteggere donne e bambini – racconta il sopravvissuto Krenar Xhavara – ed è stato dato l’ordine di esecuzione del blocco navale, un rigido respingimento dei profughi. Tutto ciò, in contrasto con l’articolo due della Convenzione di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che invece garantisce il diritto di lasciare qualsiasi paese, compreso il proprio, e vieta l’espulsione collettiva degli stranieri“» [2].

Al termine dei tre gradi di giudizio, il capitano della Sibilla Fabrizio Laudadio sarà condannato a (soli) due anni di reclusione e, in solido con lo stato italiano, al risarcimento delle vittime ( due milioni di lire ciascuno ! ). Per par condicio fu condannato anche il comandante della motovedetta albanese.

« C’è un vizio d’origine nel processo: la marina militare è imputata solo in un suo esponente, il capitano Laudadio, mentre è evidente che la prima cosa da capire è chi ha dato gli ordini e quali erano le disposizioni per fronteggiare quella che veniva chiamata, con molta creatività solidale, “l’invasione degli albanesi”» [2].

« … le disposizioni degli ammiragli ai comandanti della Zeffiro e della Sibilla, ordini precisi di eseguire un’azione decisa per fermare la Kater ad ogni costo, tanto che la nave Zeffiro riferisce di avere iniziato “un’operazione di harrassment sul bersaglio albanese” a supporto della quale l’ammiraglio Battelli invia anche la Sibilla. Il termine, nel gergo delle “Rules of engagement” del codice di guerra Nato, definisce una violenta azione di disturbo … » [3].

L’inchiesta: i due colpi della nave Sibilla contro la Katër i Radës

I fatti di allora sono attualissimi ancor oggi: « … il governo Prodi ha scelto la linea del respingimento, con l’aiuto di una campagna di stampa che fomenta l’odio contro gli albanesi, “avanzi di galera”, “criminali evasi” e che culmina proprio il 27 marzo, con l’incitazione di Irene Pivetti sul ‘Corriere della Sera’ a ributtarli in mare (dovrà aspettare ventiquattr’ore per essere accontentata) »[3].

Dopo che il pubblico ministero che indaga sull’accaduto ordina di recuperare il battello affondato della Katër i Radës che si trova a circa 770 metri di profondità, « … i segni dei due colpi mortali sulla fiancata della nave, come denunciato dai superstiti, appaiono chiari » [3]. E’ la prova finora negata dalla marina italiana.

Che l’Italia, e il suo governo, sono colpevoli e che avevano ordinato una procedura illegale è dimostrato dal Protocollo tra Italia e Albania firmato il 2 aprile – pubblicato in Gazzetta Ufficiale solo il 15 luglio 1997 ( scarica qui: GU_163_SO_144_Protocollo_Italia-Albania ), oltre 5 mesi dopo -, che doveva recepire lo scambio di lettere. Questo non prevede più « il dirottamento in porti albanesi » dei natanti cogli irregolari bensì « la parte italiana è autorizzata .. [a] prevenire e contenere l’afflusso di persone dirette illegalmente verso Italia … » ( punto 1 ); « nel caso in cui l’unità … non ottemperi a quanto ordinatole, l’unità sarà scortata fino al limite delle acque territoriali italiane per essere consegnata alle competenti autorità di polizia … per la eventuale adozione dei provvedimenti di sequestro, arresto e/o rimpatrio » ( punto 4, lettera d ).

Rifondazione Comunista non ritirò la fiducia al governo Prodi neanche subito dopo l’affondamento della Katër i Radës ma – temporaneamente – il 7 aprile per bocciare una missione militare italiana in Albania. Rivotata la fiducia il successivo 6 maggio, poi passò all’opposizione solo il 4 ottobre del 1998.

Solo il 26 gennaio 2000, l’ex comunista Niki Vendola, assieme a Giordano, Mantovani, Nardini e De Cesaris, presenterà un’interrogazione dove chiederà al governo, senza risposta, come mai « il filmato girato a bordo della fregata Zeffiro si interrompe inspiegabilmente, con ciò destando non pochi sospetti, proprio nel momento in cui viene inquadrata la prua della nave Sibilla che si avvicina minacciosa alla nave albanese » nonché « se ritiene ammissibile che in un Paese sottoscrittore delle leggi internazionali sulla navigazione, uno o più ufficiali della propria marina militare diano ordini alle proprie navi di dare inizio ad operazioni di hasassmet contro una imbarcazione civile piena zeppa di profughi, pur sapendo che tale operazione è in netto contrasto con le leggi medesime » [4].

L’Interrogazione concludeva chiedendo (ingenuamente o provocatoriamente?) « quali fossero gli ordini dati dalle autorità politiche a quelle militari in seguito alla crisi albanese della primavera 1997 e se tra essi ci fosse anche il respingimento in mare delle navi dei profughi » [4].

Dell’accaduto oggi resta un monumento nel porto di Otranto [ vedi foto articolo ], costituito dal relitto della Katër i Radës.

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Fonti e Note:

Credits: foto di Dorian T. su Google Maps.

[1] Puglia Antagonista, “La Pivetti disse: ributtateli a mare!”.

[2] Puglia Antagonista, “Kater: i fatti raccontati dai superstiti”.

[3] Puglia Antagonista, 14 marzo 2003, “28/3/97 la strage del canale d’Otranto”.

[4] Camera dei Deputati, “Atti Parlamentari – Interrogazioni – Seduta del 20 gennaio 2000”. [ scarica qui il PDF “ Interrogazione Vendola & altri sul Naufragio della Katër i Radës ” ].

Altri approfondimenti su Wikipedia: “Naufragio della Katër i Radës”, e su ADIR L’Altro Diritto “Accordi bilaterali Italia – Albania nella lotta contro l’immigrazione clandestina”.

Andrea Morrone su Il Tacco d’Italia il 29 giugno 2011 racconta in dettaglio l’accaduto (“Strage del venerdì santo. Condanne ridotte in Appello”).

Si suggerisce visione del Video “Tragedia di Otranto: Katër i Radës 1997” dell’albanese Arbër Agalliu che da 20 anni vive a Firenze.

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Natale Salvo

Nato e cresciuto nella terra del “Gattopardo”, la Sicilia. Ha dedicato la propria esistenza all'impegno sociale. Allenatore di una squadretta di calcio di periferia, presidente del circolo di Legambiente, candidato sindaco per il Partito Umanista. Infine blogger d’inchiesta; ha pagato le sue denunce di cattiva amministrazione con una persecuzione per via giudiziaria. E' autore del libro "La rivoluzione copernicana chiamata Reddito di Base", edito da Multimage, Firenze.

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