30 anni fa l’Europa impose il limite di 40 ore di lavoro

Michel-Draghi-Consiglio-Europeo

Trent’anni fa, si rese necessaria una Direttiva Europea, la 104 del 1993, applicata in Italia ”appena” dieci anni di ritardo col Decreto Legislativo n. 66 del 2003, per giungere ad una “riduzione” dell’orario “al fine di garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori della Comunità”.

“L’orario normale di lavoro è fissato in 40 ore settimanali”, stabilì l’articolo 3 del Decreto.

Norma peraltro poi compromessa dal successivo che prevede “le quarantotto ore, comprese le ore di lavoro straordinario” come limite orario ma anche la possibilità di “elevare il limite” in particolari casi.

80 anni per giungere dalle 48 ore di lavoro del 1923 alle 40 del 2003

In precedenza, a regolare la materia dell’orario di lavoro era addirittura il Regio Decreto Legge n. 692 datato 1923.

Lì, all’articolo 1, era statuito che “la durata massima normale della giornata di lavoro … non potrà eccedere le otto ore al giorno o le 48 ore settimanali di lavoro effettivo”. L’articolo 5 prevedeva altresì pure “un periodo straordinario, che non superi le due ore al giorno e le dodici ore settimanali”.

Il taglio orario di lavoro non riscalda sindacati e politica

Nonostante siano trascorsi già vent’anni dal Decreto Legislativo n. 66, ancora oggi nel dibattito politico e sindacale italiano non v’è traccia di una possibile nuova riduzione dell’orario di lavoro.

Nei programmi elettorali delle scorse Politiche 2022, dopo il silenzio dei “rivoluzionari” del Partito dei Comunisti Italiani, invero Unione Popolare scrive di “Riduzione degli orari di lavoro anche per garantire la cura dei diritti plurimi delle persone: lavorare tutti e lavorare meno“. Di “allargamento dell’occupazione, attraverso la riduzione dell’orario di lavoro“, scrive invece il Partito Comunista Italiano.

Ma sembrano solo slogan, non vi è alcuna precisa proposta oraria.

Puzza di semplice sostegno alle imprese, invece, la proposta del Partito Democratico di “promozione di progetti di riduzione dell’orario di lavoro a parità̀ di salario, legati a una più̀ razionale organizzazione dell’attività̀ di impresa e a un aumento della produttività̀“. Stessa solfa nel programma dell’Allenza Verdi-Sinistra Italiana, dove si propone “un fondo per incentivare le imprese a sperimentare giornate e settimane di lavoro più brevi, senza intaccare il reddito dei lavoratori“.

Eppure, in questi vent’anni, il progresso tecnologico ha comportato l’introduzione nel processo di lavoro della robotica, dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, con conseguentemente aumento di produttività ma anche di stress lavorativo.

Il lavoro è deve rimanere la nostra vita. In Italia, l’interesse per famiglia, lo studio, l’arte, la politica deve essere ristretto ad una sorta di dopo lavoro, se non si è stanchi abbastanza.

Eppure i cittadini italiani, secondo l’articolo 3 della Costituzione, avrebbero il diritto al “pieno sviluppo della persona umana”.

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Natale Salvo

Nato e cresciuto nella terra del “Gattopardo”, la Sicilia. Ha dedicato la propria esistenza all'impegno sociale. Allenatore di una squadretta di calcio di periferia, presidente del circolo di Legambiente, candidato sindaco per il Partito Umanista. Infine blogger d’inchiesta; ha pagato le sue denunce di cattiva amministrazione con una persecuzione per via giudiziaria. E' autore del libro "La rivoluzione copernicana chiamata Reddito di Base", edito da Multimage, Firenze.

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